VITA SENTIMENTALE DI UN CAMIONISTA

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Autrice: Alicia Gimenéz-Bartlett

Traduzione: Maria Nicola

Titolo Originale: Vida sentimental de un camionero

Copyright© 1993 by Alicia Gimenéz-Bartlett, 2004 Sellerio editore

«La gente non si muove mai, rimane sempre nello stesso posto, appiccicata a quel che vede dalle finestre di casa, tante volte il muro del vicino, un palo della luce. Lui non ce la faceva. Come camionista lavorava di più, ma ogni giorno vedeva una città diversa. Poteva godersi il piacere di correre sul camion mentre gli altri dormivano nei loro buchi, piantati lì come alberi in fila». Il ritratto di un uomo ossessionato dal cambiamento, che non riesce a concepire la vita se non come un passare continuo e ricorrente, un fuggire e un tornare, accanto a corpi immobili: corpi di case, di città, di alberi. O corpi di donne: fisicamente immobili, se sono le compagne a pagamento occasionali pescate in un motel; psicologicamente immobili, se sono la moglie e l’amante fissa, che diventano insopportabili non appena manifestano un moto autonomo del sentimento. Ma tutto invece si muove intorno a lui, tutti i corpi resistono al suo dominio. Quest’uomo incontra se stesso in un’altra donna: «ho l’impressione che è lei che si sta scopando me». Ed è la catastrofe del suo piccolo cosmo esistenziale. Ciò che colpisce di Alicia Giménez-Bartlett è l’estro puro di scrittore, che riesce a piegare al servizio completo della propria immaginazione la penna, il sentimento, ogni personale inclinazione, identificandosi in modo mimetico nella personalità di un personaggio diverso; così in questo romanzo in cui il protagonista è un maschio egocentrico e dongiovanni atteso da una frenetica solitudine. Pubblicato nel 1993 per una collana di impostazione femminista, non contiene in sé in effetti alcun intento esplicito di rivendicazione e di edificazione, né di speranza. «Questo – scrive l’autrice – è un romanzo che parla di solitudine e di sentimenti, di passato e di futuro. All’interno della mia produzione è fra quelli a cui guardo con maggiore affetto».


Un camionista passa troppe ore a pensare. Non è facile. C’era chi cercava di non avere mai la mente sgombra. Si attaccavano alla ricetrasmittente, ascoltavano la radio, si davano appuntamenti coi colleghi per prendere il caffè. Pezzi d’uomo come torri, gente con anni di esperienza sulle spalle, che non riuscivano a stare con se stessi nemmeno un istante. I camionisti con tutta la loro aria da duri, erano dei paurosi, e dei fanfaroni.

Poi era venuta la freddezza totale, freddezza nelle parole, freddezza a letto. Sarebbe stato cinico sostenere che quello era il motivo per cui andava con altre. Le donne gli erano sempre piaciute, gli occhi, la bocca, le gambe, il culo. Gli piaceva scoparsele, sentirle quando cominciavano a respirare ansimando, profondamente, gemere a bassa voce fino ad arrivare a gridare, a volte. Non era mai riuscito a combattere questa cosa, non ci aveva mai provato. Nessuno sarebbe mai riuscito a convincerlo che ci fosse una ragione per cui dovesse andare a letto solo con Mercedes. Non era di quelli che credeva nella famiglia e nel lavoro.

Aveva pensato tante volte di rimanere senza una donna fissa. Forse era ora di dimenticare le fidanzate, di lasciare Adela, di non mettersi con nessun’altra, solo puttane. Di sicuro sarebbe stato più tranquillo. Ma era terribile rinunciare a scopare con una donna innamorata. Sapeva per esperienza che il sesso, con una donna innamorata, era la cosa più dolce del mondo. I baci bruciano, hanno una particolare qualità nella suzione, l’odore della pelle è diverso, la lingua, i capezzoli. Eppure c’era un prezzo da pagare anche per questo. Le innamorate finiscono per diventare possessive.

Lei non sapeva niente di preciso, ma le donne sanno sempre, intuiscono, e si comportano come animali in cerca di un odore.

Aveva fatto tutto lei: l’abbordaggio, la proposta, aveva perfino scelto quella strana posizione. Di solito per portare una donna a letto bisogna darsi da fare per un po’, spesso ci volevano diversi appuntamenti, il tira e molla, la lotta per infrangere le barriere. Nessuna accettava subito, c’erano dei passi da compiere. Lui non faceva mai proposte immediate, a meno che non si trattasse di puttane. Con lei era stato troppo facile. Di sicuro ogni tanto ripeteva quella scena con altri camionisti. Strano che non l’avesse mai sentito raccontare dai colleghi. Forse non si scopava solo i camionisti, forse lo faceva con chiunque, quando ne aveva voglia.

Avevano un buon odore, profumi delicati. Si ricordava diversi discorsi interessanti con le puttane, forse le più interessanti della sua vita. In un bordello di Cáceres aveva parlato dell’amicizia per una serata intera. La ragazza era portoghese, e gli aveva raccontato di tutte le volte che era stata delusa dagli amici nel corso della sua vita. Erano arrivati a conclusioni importanti, come il fatto che solo da giovani è possibile avere degli amici.

Brindarono. Lui optò per il procedimento classico di abbordaggio.
Rafael: Lo sai che sei molto bella? Quando ti ho vista all’autogrill mi sei sembrata un sogno.
Lei lo guardò con diffidenza.
Tona: Ma se non mi hai nemmeno notata.
R: Ma certo che ti ho notata! Solo che uno non può mica dimostrare subito quanto gli piace una ragazza.
Lei bevve una lunga sorsata di cognac.
T: senti, non voglio sembrarti antipatica, ma avrai già immaginato che sono stata con tanti, o no?
Lui si mise sulla difensiva.
R: Non ho immaginato niente.
T: Beh, non è difficile. Ogni tanto esco, e poi ho vissuto con parecchi uomini da quando ho lasciato mio marito.
Lui non sapeva come reagire, si sforzò di sorridere. Lei proseguì, accendendosi una sigaretta:
T: Quindi non c’è bisogno che mi dici niente, né che cerchi parole. Beviamo qualcosa, e poi se ne abbiamo voglia andiamo a letto, non c’è niente di strano.

Il contatto col suo corpo gli piacque enormemente. Era il suo momento preferito, la prima volta, quando i corpi si incontrano nudi, quando si sente il volume, il calore, il respiro. Con lei quella sensazione era ancora più intensa, dal momento che avevano già fatto l’amore senza quasi toccarsi. La accarezzò lentamente, assaporandola, provo qualcosa di simile a un riposo profondo, un tepore. Lei rimaneva immobile e muta, ad accettare le sue carezze e i suoi baci, rispondendo appena. Lo eccitava quel suo modo indolente di stare con lui, quell’abbandono sereno del suo corpo. Si lasciò portare dalla passione, le percorse le cosce con la lingua, gliela affondò nel sesso. Lei iniziò a respirare profondamente, ritmicamente, ma non gemette né si lasciò sfuggire alcun suono. Rafael dominò il proprio desiderio di penetrarla finché non ce la fece più. Sentiva una grande forza che promanava da lei, aderì al suo corpo, dal petto alle gambe. Nel bel mezzo dell’amplesso lei si tirò su, si mosse e, a poco a poco, riuscì a invertire la posizione e a rimanere sopra di lui. Allora gli sussurrò all’orecchio: – Apri le gambe – e lui lo fece. Lei cominciò a muoversi con energia. A Rafael mancava l’aria, ansimava, era come se i sessi si fossero invertiti, come se lui fosse una donna e lei un uomo. Non aveva mai avuto una sensazione simile e non riuscì a reggerla a lungo.

Rafael: Non c’è proprio niente da aggiustare. Va tutto benissimo così com’è.
Luis: Allora non so di cosa ti preoccupi. Ti stai scopando una che ti piace. Tutto qui.
R: Sì, solo che mi sa che è lei che si sta scopando me.

Tona chiese una sigaretta. Lui gliela accese e gliela mise in bocca.
Tona: Ti ho detto che mio marito era uno stronzo, no?
Lui annuì, imbarazzato. Capiva che stavano arrivando le confidenze promesse.
Tona: Beh, non è vero.
Tacque. Rafael rimase ad aspettare, non sapendo se dovesse dire qualcosa. Lei lo fissava. Sembrava a suo agio come se la situazione cominciasse a divertirla.
Tona: La stronza sono io.
Rise a bassa voce. Rafael stava per arrabbiarsi di nuovo, gli pareva che stesse prendendo tutto quanto come una commedia.
Tona: L’ho lasciato io. Ho lasciato anche mio figlio, aveva due anni, allora.

Accendeva la televisione. Le piacevano solo i programmi a quiz, la gente che faceva figure ridicole, le grida, le piccole crisi isteriche alla risposta esatta. I film di Hollywood, con i loro ambienti lussuosi le sembravano falsi. Si indignava per i finali immancabilmente felici. La vita non è così. In generale preferiva la radio, dove voci senza faccia invitavano ad ascoltare melodie piene di suggestione. La musica non mentiva.

Gli sedette vicino, sempre con quel sorriso sardonico.
Tona: La gente non passa la vita a innamorarsi. Siamo tutti abbastanza malmessi.

Tona si alzò ridendo, andò a mettere della musica, poi gli si avvicinò con aria di rimprovero.
Tona: Tu passi tanto di quel tempo sul camion che il mondo non lo vedi nemmeno, vero?
Rafael si offese.
Rafael: Quello che pensi tu non posso certo saperlo, né sul camion né fuori dal camion.
T: Beh, è molto semplice. La sostanza è che ciascuno pensa solo per sé.

Lo misero ad aspettare in corridoio, un lungo corridoio dove le infermiere passavano in fretta su e giù. Vide dei vecchi che camminavano lenti, dei malati che passeggiavano in vestaglia, coi pantaloni del pigiama sulle ciabatte […]
Dovette rimanere di nuovo in corridoio ad aspettare il foglio di dimissione. Ebbe freddo. La testa aveva cominciato a pulsargli. Osservò la lettiga accanto a lui, stretta, foderata di plastica bianca, le gelide zampe di metallo con le ruote. Cominciò a sentirsi in preda all’ansia, gli venne un capogiro. Abbassò la testa fra le ginocchia.

Tona: Non vorrai mica giocare alla famiglia felice, no?
Lui rimase lì a sorridere come un cretino, non sapeva come reagire. Tona assunse un tono ragionevole, tinto di stanchezza.
T: Senti, ho passato anni di della mia vita a star male per colpa di queste maledette feste. Non avevo uno straccio di decorazione, non avevo neanche la cena, non avevo nessuno. Ogni anno pensavo che il prossimo sarebbe stato diverso, e invece era sempre la stessa cosa. Finché mi son detta che era tutta una gran cazzata. Da allora mi è sempre andata benissimo così e non ho intenzione di cambiare adesso.

Dentro di lui la furia si confondeva con la sorpresa. Camminò senza una direzione. Non sapeva nemmeno come fosse iniziato, quell’alterco, in ogni caso la convivenza pacifica non era durata a lungo. Tona aveva cercato di ferirlo, questa era in definitiva l’unica cosa che sapeva fare. Era stata ferita e aveva voglia di ferire gli altri. Tutti quelli che le si avvicinavano finivano per essere sue vittime.

Cominciò a scendere un nevischio impercettibile. Rafael passò un dito sul vetro.
Rafael: Puttane o non puttane, alla fine è sempre la solita solfa.
Luis bevve in silenzio. Sospirò.
Luis: Domani di nuovo in strada.
Cadde su di loro un silenzio nostalgico. Luis scosse la testa, mentre pensava: “Le donne non sono tutte uguali”.
L: Le donne sono buone, e gli uomini anche, è la vita che è bastarda.

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