L’OSCENO È SACRO. La scienza dello scurrile poetico.

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Autore: Dario Fo

A cura di: Franca Rame

Copyright© 2010 Ugo Guanda Editore

L’osceno, il triviale sono parte del valore lessicale di ogni popolo, ed esiste nella storia un “grande libro dello scurrile poetico”, mai veramente considerato. I suoi autori hanno nomi a volte ignoti, altre volte noti e celebrati: per esempio Shakespeare e Marlowe, che in scena e nella vita si esprimevano usando “parolacce”. L’ebreo di Malta di Marlowe inveiva dando della “testa di fallo” ai suoi persecutori. Il fool del Re Lear shakespeariano usava espressioni come “culo” e “chiappe”, con varianti d’appoggio, a ogni occasione. Nel testo originale Amleto fa allusioni chiare al sesso femminile. Dialogando con Ofelia, sdraiato con lei presso il palco degli attori, le chiede: “Potrei distendermi col viso sul boschetto che tieni in grembo? o è già prenotato?” Al limite dello sconcio le espressioni recitate da Molière nel Medico per forza e nel Don Giovanni. Per non parlare delle oscenità esibite da Ruzzante, dall’Aretino e da Giulio Cesare Croce il fabbro nel suo Bertoldo, Bertoldino e Cacasenno. Ma è sorprendente scoprire come uno dei campioni del turpiloquio fosse Leonardo da Vinci, con una famosa tiritera sul fallo recitata in tutte le sue modulazioni. Riallacciandosi a una tradizione tanto illustre, Dario Fo racconta, da un’angolazione originale, le storie grandiose dei miti greci e romani, dell’Asino d’Oro e delle Mille e una notte, di Dante Alighieri e dei poeti di Provenza, della tradizione napoletana e di quella giullaresca medievale, e molte altre. E mette a fuoco la sacralità dell’osceno e della buffoneria, da cui la sessualità esce giocosa e vitale, la donna rispettata e il male scongiurato.


[Amleto] Dialogando con Ofelia[…] ”Potrei distendermi col viso sul boschetto che tieni in grembo… o è già prenotato?”

Sempre nella piana del Po, quando un uomo, al risveglio, vuole esprimere il proprio stupore e compiacimento di fronte a una giornata felicemente radiosa esclama: “Figa, che meraviglia de ziornàda” cioè usa il sesso femminile come supporto esaltante.

[Da Consigli di una lenona a una giovane prostituta, Ars Amatoria, Ovidio]

Fanciulla: “[…]Sono decisa: insegnami a prostituirmi.”
Lenona: “D’accordo. Prima regola: niente mossacce e mossette. Niente sculettate, agitar di fianchi, accavallar di cosce e oscillate di busto per far fremere le tette. Se c’è una cosa che non deve mai fare una puttana è quella di fare la puttana! Seconda regola: la cura del tuo corpo. Tieniti pulita, lavati ad ogni occasione, prima e dopo, e se ti riesce anche durante: è un rito piacevolissimo, specie se nel bagno lavi anche lui e i suoi orpelli. Terza regola: non esagerare mai col profumarti. Chi si profuma troppo ha sempre qualche puzza da nascondere. Ricordati che il profumo più gradito è quello naturale: il tuo, ma pulito! Possibilmente fresco e non molto sudato. Attenta però che è sempre questione di misura. Non c’è nulla di più piacevole del tuo odore di donna giovane: non compier mai l’errore di nasconderlo, questo è un vezzo stupido da dilettanti.”
F: “Posso chiederti una cosa riguardo a un mio problema?”
L:”Sentiamo… che problema?”
F:”Purtroppo, io mi emoziono…”
L:”In che senso?”
F:”In tutti i sensi. Per ogni uomo che avvicino, se sento in lui il desiderio, mi sento arrossire, mi tremano le mani, il sudore mi bagna la nuca dietro le orecchie e sento freddo giù… in fondo alla schiena, come un brivido.”
La lenona guarda la sua allieva con espressione raggiante:
L:” È perfetto! Sii benedetta e benedici a tua volta la tua fortuna! Non sono problemi questi ma doti impagabili. Ogni maschio rimane sempre sconvolto dal pallore della donna che sta circuendo. Se poi la sente tremare, tutte le cataratte del suo sangue si spalancano e a sua volta si trova a fremere.  La botta finale è poi l’odore. Il suo e il tuo mischiati insieme possono far perdere la testa a Giove  e Venere in persona! Purtroppo quando avrai preso la mano, allenato il cervello e il tuo corpo a questa continua recita, che è la seduzione e il piacere a pagamento, perderai il facile rossore o lo sbiancamento del viso, il fremito e il tremore… dovrai fingere allora, sentimento, pudore gioia e malinconia, e capirai quanto eri fortunata prima a poterne far uso nel naturale. In quei momenti il mestiere, come per l’attore che riesce a fingersi commosso proprio mentre, di quel che sta narrando, non gli importa nulla. Ricordati di ciò che ti sto dicendo. Ci chiamano ‘donne allegre’, ma i nostri clienti non amano lo sghignazzo delle loro puttane, gradiscono meglio la nostra tristezza; e Venere, anche nuda non sorride mai. Nasce dall’acqua e sospira. Ecco cosa devi imparare: il sospiro e il gemito. Il tuo piacere deve somigliare preferibilmente a un lamento. Poniti nell’atteggiamento di chi vorrebbe sfogare con qualcuno la propria angoscia, cosicché il cliente a sua volta si ritrovi a raccontarti tutte le sue pene. In verità gli uomini non ricercano esclusivamente la copula con relativo orgasmo, quella è solo l’introduzione alla vera ragione del perché ti pagano: vogliono soprattutto qualcuno che li ascolti, che si commuova al loro dramma, che li accarezzi mentre dagli occhi fuggono lacrime mal trattenute”

[Da L’asino d’oro, ricomposta in volgare centro-meridionale]

“[…]Ma ije era lo nummero prenzepàle: l’àseno saviènte. Scrivèa du ‘na tàvula granne pruoverbi, respòste e sentenze. E la ggente criàva allo sghignazzo pecche ije era anche ‘nu bono buffone. Fazzèvo lu danzòre, cammenàvo ritto all’impède e zompavo de cà è’ llà.
Ma me pijàva tristìzia appresso pe’ sta vita de’ bbestia che fazzèvo. Uno de chilli zìorni che tegnevo mallencunìa è zònta allo zirco, na signora bell’assajie, ‘ristocràtteca e ‘ligante… co’ li servi intorno co’ le veste endoràte…
E issa m’ha vidùto ziogàr. Lli altri plaudiva, issa no. Me stéva a vardà co’ll’uòcchi luzzecànti de tenerità.
Furnìt(e) che fue lo spectàculo, chella segnòra annò dello patròne e ce disse “Se potrebbe avé pe’ ’no ziòrno e la notte pure, ‘sto àseno? Ije lo vorerìa llogàre…! Quanto vene?… Pronto!”
Pagamento sùbbeto e accussì me ha pijàto e menàto in la casa sòija: ‘nu palazzo.
Comme so’ arrivato dinta a ‘nu salone, quattro fijòle serventi m’hanno condùtto a ‘na fontana e me ce hanno lavato, struzzàto. Daspo’ ella è zonta, la matrona. Tegnéva oli e ‘nguenti da bòno odore accussì che spantegàvo parfùmo comme ‘na baldracca.
Me so’ truovàto destandùo su lu letto e la segnòra appresso a me che me faséa carezze e vasci. Po’ no’ me arrecòrdo comme è accaduto ma s’è fatt(e) pure l’ammore.[…]

[da Pulcinella sulla luna]

Se me végh(e) spontà in do cielo un aquilone appeso a ‘nu filo a spòla
io, allo posto sòjo, ci vegh(e) ‘na muscardièlla e’ femmina che vola
e lu vento se la porta a strepidàre e se consola. Sempre nel cielo remerànno nuvole e cirri
io nun ce scòrgh(e) dragòni, eliofànti e caravelle.
Io ci indovino solo panze e cosce, chiappe tònne e zinnarélle
e fèmmene che vanno arrolànno a giravolta e spasimo
abbrancàte a me.
Sì, vegh(e) tanti Pulicinelli, a méa semijiànza
che fanno smoscamménti e sboltonàte all’onda
comme gran marosi dint’ a ’na tempesta
e fèmmene tutte che fan festa insieme a me.
E nun c’è medicina che da ‘sta strània visione me porte via…
E che me frega…!
‘Azzo, comm’è bella assai ‘sta malattia!

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Shahrazad, che qui ha il volto di Franca Rame

Ma che c’entra, vi chiederete voi, tanto sghignazzo spesso osceno con la sacralità?
Un ricercatore americano, che ha studiato per anni i clown dell’Oriente, mi raccontava dell’impiego rituale che hanno in tutta l’India gli spettacoli grotteschi e le buffonerie morali. Quando in una piazza o strada accade un fatto di violenza con vittime rovesciate al suolo in un bagno di sangue, quello spazio viene ritenuto contaminato dallo spirito del male. Quindi non resta che eseguire un rito di purificazione: si raccolgono bimbi, maschi e femmine, in quantità, si fanno accomodare nello spazio dove si è perpetrata l’infamia, quindi si ricorre alla presenza di uno o più clown e, con la partecipazione straordinaria di qualche elefante comico, si iniziano a rappresentare storie buffe al limite dello scurrile, con lazzi osceni e finte violenze, scontri verbali e fisici di tutti i generi, finché nel luogo non esplode un fourire inarrestabile a base di sghignazzi e risa innocenti: a quel punto il male e la maledizione sono disciolti. Ecco dove sta la sacralità della buffoneria.

Vescovo: “Voi mi condurrete a dover abolire i vostri Exultet per sempre: ho saputo che nell’ultimo vostro rituale avete fatto entrare nel tempio un maiale travestito da vescovo con tanto di papalina e babbucce rosse… naturalmente con i glutei nudi sui quali ognuno si sfogava nello sferrar pedate e lanci di palle infuocate. Ancora un mimo truccato, travestito da demonio, portava in scena alcuni asini con vesti da prelato e li si incitava perché ragliassero al ritmo dell’Allelujatico. Con pretesto poi di rappresentare l’inferno avete scatenato finte anime di dannati quasi completamente nudi con gli orpelli della vergogna dipinti a colori sgargianti! “

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