FIGLI FRAGILI – 1. L’accelerazione dei figli in una società accelerata

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Autore: Stefano Benzoni

Copyright© 2017 Gius. Laterza & Figli

Il disagio di bambini e ragazzi, il senso di inadeguatezza dei genitori, i compromessi della psichiatria: una miscela che può risultare molto pericolosa per il benessere dei nostri figli.

«Una madre esce dal colloquio con gli insegnanti. Pare che la figlia di otto anni sia irrequieta, incostante, faccia continue battute e si distragga. Lei come decine d’altri nella scuola. Ma per qualche motivo le maestre hanno pensato che proprio per lei potrebbe essere indicato un consulto psicologico. Dicono che potrebbe essere iperattiva, avere ‘quella cosa’ che va molto adesso e che si chiama ADHD. La madre è incerta. Non saranno le maestre ad aver travisato i segnali della bambina? Non sarà solo una moda, questa dei problemi psichici?»
Il mondo di bambini e adolescenti sembra essere diventato una corsa a ostacoli tra possibili malanni psicologici: ansia, depressione, attacchi di panico, iperattività… Sono i nostri figli a essere diventati più fragili o forse è il mondo degli adulti a nascondere i suoi diversi fallimenti sotto l’alibi di un’etichetta clinica? Quale è il confine tra un comportamento desiderabile e un comportamento anormale? In che modo la psichiatria aiuta a orientarci in questo campo?
A partire dalla ricca esperienza clinica dell’autore e con moltissimi esempi tratti dalla vita quotidiana, il libro è un contributo prezioso sia per i genitori sia per gli educatori, spesso in difficoltà nel comprendere esigenze e paure dei ragazzi.

1. Pronti per lo psichiatra (o forse no?)

Il padre di Gregorio muore quando il ragazzino ha appena 15 anni. Una famiglia borghese senza eccessi, la sua, genitori professionisti, scuole pubbliche. Greg si rifiuta di rimanere a vivere con la madre, che è una donna molto impegnata sul lavoro, e chiede di potersi trasferire dagli zii paterni. Nel frattempo smette di andare a scuola, rimane spesso fuori casa, non torna la sera, risponde svogliatamente, si comporta male. Il classico repertorio di un adolescente con molti problemi in famiglia. La psichiatra Numero Uno lo vede e gli dice che dovrebbe entrare in un programma diurno per ragazzini difficili, in un vicino centro diurno: un posto neppure messo male, con parquet lucidati e divani Ikea, dove si organizzano terapie di gruppo e laboratori di arti marziali. Ma siccome appunto è un posto discretamente figo, è overbooked. Allora Greg viene spedito dallo psichiatra Numero Due che dice che forse sarebbe meglio prescrivergli dei farmaci per metterlo tranquillo. I farmaci però non lo tranquillizzano e allora lo psichiatra Numero Tre (perché nel frattempo la numero Due è in congedo maternità) gli dice che, vista la gravità della situazione, visto che non frequenta più la scuola, non sopporta di stare a casa, e gli zii non riescono a prendersi cura di lui, è il caso di provare a farlo entrare in comunità terapeutica. Mentre la macchina burocratica dei certificati, delle autorizzazioni e delle carte bollate si inerpica verso l’incerta meta, Greg decide di buttar giù una dose creativa dei farmaci, come gesto dimostrativo dello stallo dei dispositivi di cura. A questo punto, siccome nella città dove vive Greg non esistono posti letto dedicati a bambini o adolescenti con problemi psichiatrici, non si trova niente di meglio che sistemarlo per qualche giorno in un bel reparto psichiatrico per adulti: camera singola almeno, ma comunque quel genere di situazione che – se sei mai andato a trovare un amico ricoverato – ti chiedi in che senso esattamente si dica che i manicomi sono stati chiusi.
Fortunatamente il ricovero dura poco e Greg viene spedito su una Punto bianca del Comune (gli zii sui sedili posteriori) in una comunità in Veneto. In Veneto, perché in Lombardia ci sono pochissimi posti letto nelle comunità terapeutiche, e ovviamente sono tutti al completo. La comunità però è pessima e Greg non ci sta. Alla prima occasione prende e scappa: dopo qualche ora di ricerca i carabinieri lo beccano su una stradina qualsiasi, dietro il lago di Garda. Fortuna che è aprile e fuori c’è il sole, ci sono i fiori e gli uccellini cinguettano. Allora lo portano per qualche giorno in un ospedale locale, ancora in reparto psichiatria, poi un’altra comunità, e poi di nuovo in una clinica privata in Emilia – 400 euro di retta giornaliera tutto escluso. Alla fine madre e zii decidono di rivolgersi nuovamente alla psichiatra Numero Due (nel frattempo rientrata dal congedo per maternità), la quale pensa che gran casino, e propone un trattamento presso un centro privato che offre anche terapie di gruppo e altre attività sociali e riabilitative. Dopo tre settimane, Greg smette di seguire le terapie, riprende la scuola e nel pomeriggio frequenta laboratori che lo aiutano a socializzare e a recuperare il tempo perduto.
È passato un anno da quando tutto è iniziato, e a Greg sono stati diagnosticati, nell’ordine: un disturbo oppositivo-provocatorio, l’ADHD, un disturbo bipolare, un disturbo d’ansia e una depressione atipica. Alla fine – senza sapere nient’altro di lui che queste poche notizie – sembra tutto perfettamente chiaro che cosa, in tutta questa storia non ha funzionato.

2. I disturbi psichici hanno a che fare con problemi molto seri, ma anche con i titoli dei giornali e con le biografie dei vip

I bambini bipolari possono essere molto intuitivi e creativi, scrivere in modo eccentrico e disordinato, annoiarsi spesso, manifestare intenso disagio quando si separano dai genitori, comportarsi male, fare dispetti, essere divertenti, arrabbiarsi con facilità, non tollerare i ritardi. Tutti questi atteggiamenti potrebbero perciò essere intesi come segnali precoci del terribile disturbo bipolare.

Siamo così sicuri che i bambini che presentano queste caratteristiche debbano essere necessariamente sottoposti ad accertamenti clinici? Qual è il confine tra un comportamento desiderabile e un comportamento che è a tal punto indesiderabile da dover essere considerato clinicamente anormale?
In che modo la nostra propensione ad attribuire a certi comportamenti un significato clinico ha a che fare con la medicina e non piuttosto con altre più ampie trasformazioni culturali?

Il disturbo bipolare, per esempio, gode di una sua articolata mitografia pop. Furono, si racconta, “bipolari eccellenti” Lord Byron, Poe, Lincoln, Churchill, Roosevelt, Goethe, Balzac, Händel, Beethoven, Schumann, Tolstoj, Dickens, Virginia Woolf e Hemingway.

Ogni diagnosi ha un Pantheon di nomi illustri. E per ogni vip che surfa l’onda, la cresta schiumante della massa anonima ribolle e si rinfrange, così che il racconto collettivo del “bipolare” è diventato utile a spiegare ogni dialettica del vivere sociale:  la creatività e i suoi “vuoti”, l’amore e le sue falle, il senso del dovere e i colpi di testa, la vertigine del potere e i suoi crolli.

3. L’ADHD e i molti aspetti incerti, scivolosi, o decisamente opachi, della psichiatria

In ogni caso è molto preoccupante che la “diffusione” del disturbo [di ADHD: Disturbo da Deficit di Attenzione e Iperattività ] sia stata agevolata dalle progressive modifiche apportate ai criteri diagnostici: poiché impulsività e disattenzione sono sintomi molto comuni ad altri problemi mentali, fino ad alcuni anni fa era “vietato”, per così dire, diagnosticare l’ADHD in presenza di altri disturbi, proprio per evitare di confondere gli effetti di altri problemi psichici sul comportamento del bambino. Da quando quel “divieto” è venuto meno e le maglie della diagnosi si sono allargate, il risultato è stato prevedibile e paradossale. Si calcola infatti che una percentuale compresa tra il 50% e il 90% di bambini trattati per ADHD “soffra” anche di altri disturbi mentali. […]
Le ragioni economiche di questi orientamenti non sono difficili da comprendere, dal momento che quanto è più vasta la rete entro cui si raccolgono i malati, tanto più ricco il mercato dei possibili consumatori di medicinali e di servizi connessi alla cura.

Un altro aspetto peculiare e assai problematico del ADHD è che, al pari di molte altre patologie mentali, è presentata dalla psichiatria come una condizione “categoriale”: o ce l’hai o non ce l’hai. Questo è chiaramente assurdo, se si pensa che un certo grado di disattenzione o iperattività può essere presente in diversa misura in tantissimi bambini […]. Si tratta di una questione fondamentale, che sta al centro di molte discussioni scientifiche e filosofiche sui disturbi mentali in genere: se la definizione che diamo di malattia è rigida, allora accetteremo i compromessi che essa implica – cioè la divisione netta tra persone affette da un disturbo e persone che non ne sono affette – sulla base di una soglia definita arbitrariamente. Ma disporremo anche di un indicatore rigoroso in grado di stabilire chi ha bisogno di cure e chi no. Se invece adottiamo un’idea morbida o sfumata di “malattia mentale” […] allora la nostra definizione sarà forse più realistica, ma anche meno comoda. Correremo infatti il rischio, tutt’altro che trascurabile, di definire una zona grigia molto ampia in cui non è affatto  chiaro chi necessiti di cure e chi no, chi possa esigere quelle cure come un diritto alla salute e chi possa farne a meno.

Il fatto che la psichiatria insista nel voler proporre una versione biomedica rigida di patologie come l’ADHD costituisce così il riflesso di una deriva preoccupante. […] La malattia mentale è ridotta a malattia fisica – come lo sono appunto la polmonite e l’appendicite – radicata in precise e specifiche disfunzioni cerebrali “universali”.

Se la domanda cui stiamo cercando di rispondere è quale sia l’origine dell’iperattività e della disattenzione dei figli, forse non è zoomando sui neuroni che troveremo la risposta giusta.

4. Parentesi necessaria (ma il più breve possibile) sulle molte e diverse accelerazioni cui sono esposti i nostri figli

Viviamo in una società accelerata – dice Hartmut Rosa [in Accelerazione e alienazione] – e ciò non solo grazie all’accelerazione tecnologica, che pure ha modificato il nostro rapporto con il tempo, lo spazio e i ritmi di lavoro. Negli ultimi vent’anni abbiamo assistito infatti anche a una potente accelerazione dei mutamenti sociali: mentre due generazioni fa le coordinate valoriali e di “funzionamento” delle persone cambiavano nell’arco temporale che intercorreva tra i figli e i nonni, oggi esse si modificano all’interno della stessa generazione, tra fratello maggiore e minore. Questo dato, tra le altre cose, fa si che mentre un tempo la costruzione dell’identità dei figli era legata all’aspirazione dei genitori che essi somigliassero a loro (per esempio dal punto di vista professionale), oggi invece i genitori, se vogliono avere una qualche speranza di interagire e riconoscersi nei figli, devono inseguirli sul loro stesso terreno: quello del continuo cambiamento e di una diversa e costante accelerazione del funzionamento di vita.

La condizione essenziale per una “vita buona” e felice si trasforma così nell’appagamento individuale, che si persegue […] nella ricerca di uno stato di continuo, mutevole e frenetico adattamento al “nuovo”. È evidente infatti che più questo meccanismo è acquisito precocemente nello sviluppo, più l’identità della persona sarà incline a fondersi con l’identità del giovane consumatore, autonomo e indipendente, alla ricerca di appagamenti continui e diversi, di mutevoli intrattenimenti. Sempre pronto a indossare nuove vesti e abitudini pur di essere abbastanza cool.

5. Mille buone ragioni per essere iperattivi e disattenti

Non ha forse di gran lunga più senso ipotizzare che la patologia per eccesso di accelerazione dei figli sia la necessaria conseguenza di una società stanca e accelerata?

Contemporaneamente, anche le famiglie hanno attraversato una crisi progressiva che ha rimodulato la loro funzione sociale, anche attraverso cambiamenti profondi nel ruolo di genitori. Sempre più in difficoltà nel proporre modelli validi per i figli, nel definire coordinate educative e valoriali chiare e stabili.

La nostra apparente benevolenza e cura per l’infanzia, l’enfasi con cui rappresentiamo le qualità di purezza, bellezza, “dolcezza” dei bambini nei nostri spettacoli pubblici, è la naturale controparte di una crescente insofferenza nei confronti di molte delle caratteristiche tipiche del bambino.

Il fatto che qualità come l’autonomia, l’intraprendenza e l’indipendenza siano diffusamente apprezzate nei bambini ha ben poco di “naturale” e riguarda invece l’aspettativa che essi crescano secondo le regole del contesto – e possibilmente in fretta. Ha a che fare con i bisogni della società, non con i loro bisogni.

In altre parole assistiamo allo smantellamento di quelle coordinate immateriali della società, attraverso cui si dovrebbe estrinsecare la forza simbolica della legge: il senso del dovere, il rispetto delle regole, del prossimo, dell’inviolabilità dei diritti fondamentali degli individui. Tutti principi che sappiamo essere sempre più sotto lo scacco del nostro sistema ideologico (la cosiddetta “società post-ideologica”), e il cui carattere specifico si colloca nel disconoscimento sistematico di quei principi che sono invece pubblicamente esibiti come coordinate valoriali “assolute” e fondanti il patto sociale.

6. Altri aspetti nascosti nel modo in cui la psichiatria spiega e classifica i comportamenti dei figli irrequieti

La convinzione [della psichiatria biologica] che il sentire soggettivo degli individui sia meno utile degli aspetti oggettivamente osservabili, perché meno misurabile e dunque meno pubblicabile nelle riviste scientifiche, che servono per stabilire se un certo farmaco è efficace oppure no.

Così se esiste un vastissimo corpo di saperi clinici che hanno ampiamente mostrato come alcune “malattie” si insinuano in particolari “nuclei” di affetti […], per la psichiatria le patologie continuano a essere accidenti che “accadono a un individuo”, per lo più a causa di qualche difetto neuronale. Rappresentano cioè la perfetta condizione di solitudine e “sofferenza” cui una società fondata sull’individualismo relega le persone fragili.

7. Alcuni buoni motivi per non perdere coraggio

Il rischio più forte che corriamo, in questa frenetica moltiplicazione di illazioni cliniche, di commenti psicologici da bar, di consigli dell’esperto in ogni pagina di giornale, è di smarrire la consapevolezza della nostra esperienza personale: ma è soltanto da essa che può nascere una richiesta di aiuto sensata, focalizzata cioè su di noi, sui nostri valori, e non su quelli che ci sono imposti, indotti o presentati come “naturali” e obbligati.

[…] la salute mentale è troppo importante per rinunciare a occuparsene, nel timore che la machina della cura si prenda la nostra libertà. Si può e si deve reagire. Essere più consapevoli dei limiti delle scienze psicologiche e psichiatriche non può che aiutarci a cercare le terapie giuste, le persone giuste, le soluzioni che fanno per noi.

Non si fatica a comprendere come la sovrapposizione frenetica di impegni, doveri, stimoli, interessi, sollecitazioni, messaggi nella vita delle persone, ormai spesso in uno stato di permanente multitasking, sia il primo motore di quelle molte “disattenzioni” reciproche nell’ambito domestico che, seppure non ne sono la causa, almeno rendono possibili le forme più disparate di accelerazione e irrequietezza dei figli.
La percezione del tempo e delle molte e sottili discontinuità che connotano i momenti di crisi costituisce una questione che dovrebbe tornare al centro della vita delle famiglie […]. Recuperare la consapevolezza del tempo presente è infatti un buon modo per affrontare il vortice di una progressiva e disorientante accelerazione.

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