FIGLI FRAGILI – 2. Un piccolo trauma non si nega a nessuno

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Autore: Stefano Benzoni

Copyright© 2017 Gius. Laterza & Figli

1. Uno dei tanti vasi di coccio

Una madre imbocca la figlia di due anni. L’omogeneizzato, il cucchiaino, i sorrisi, il bavaglino sporco. All’improvviso si accorge che il vasetto è sbeccato e un frammento di vetro è finito nella polpa di mela.
La donna infila immediatamente due dita in bocca alla bimba. Stringendole il mento con l’altra mano, esplora e fruga come si fa con i carcerati per accertarsi che non nascondano nulla. Pochi istanti e la foga materna è premiata da una goccia scarlatta e da quello che sembra essere un piccolo taglio, o forse solo un graffio sulla lingua della figlia. Un’ora dopo la madre attende con la bambina il suo turno in un pronto soccorso qualsiasi; tiene in mano il vasetto come fosse l’arma del delitto. Una breve ispezione da parte del medico e l’esercizio burocratico dei fonendoscopi, dei timbri e dei certificati che permettono di espletare nel giro di dieci minuti le funzioni altissime della salute pubblica – accettazione e dimissione – senza che alcuna cura particolare sia richiesta o prescritta. Tutto finisce per il meglio. Senonché, tre anni dopo, la signora fa causa alla multinazionale degli omogeneizzati. Ha in pugno la relazione clinica di una neuropsichiatra infantile che, come si dice, in “scienza e coscienza” ha redatto tre pagine fitte fitte di teorie su come il grave trauma subito dalla bambina e la minaccia mortale cui era stata esposta siano all’origine di incubi notturni ricorrenti e di una grave fobia per i cibi solidi. Tanto che la poveretta ancora si alimenta al biberon, è sottopeso, è ansiosa, insicura, disadattata e c’è da scommettere che il futuro le si dipanerà dinanzi in una concatenazione inenarrabile di sfighe.
Un insieme di sintomi, quelli elencati, che la scienza medica riconosce come “disturbo post-traumatico da stress” e che nel mercato assicurativo, soprattutto nel caso di una bambina così piccola, può valere alcune decine di migliaia di euro.

2. Il disturbo post-traumatico da stress come esempio di altri aspetti poco cristallini della psichiatria

In ogni caso è evidente che questa nuova sensibilità clinica,[…], ha contribuito in modo significativo alla diffusione dei discorsi pubblici sulla “traumatizzabilità” dei bambini.
Oggi i disturbi post-traumatici sono un capitolo della psicopatologia ancora molto di moda. E si capisce che se le malattie mentali sono – con poche eccezioni – quei particolari tipi di prodotti culturali che vantano un massiccio apparato di marketing sanitario annesso, i disturbi da stress sono senza dubbio tra i prodotti più semplici da “vendere” in questo mercato, la gioia di ogni esperto di comunicazione e pubblicità.

Non puoi rivolgerti a un ortopedico dicendo che hai una gamba rotta se non ce l’hai – ma puoi tranquillamente indurre uno psichiatra distratto a diagnosticarti un disturbo da stress raccontandogli per filo e per segno sintomi che non hai. Ti capita di svegliarti si notte sudato e angosciato? Sì. Hai incubi ricorrenti legati a questo trauma? Sì. E di giorno come stai? Hai per caso il timore che ti possa riaccadere? Sì. Andata.

3. Le radici ideologiche del trauma psichico di massa

A Guardare le cose con un po’ di attenzione si deve ammettere che i disturbi post-traumatici da stress rientrano in quel tipo di argomenti in cui si condensano molte fra le più problematiche spinte ideologiche che governano la società. Una di queste spinte è appunto la convinzione che le persone siano in pericolo, vulnerabili, e perennemente esposte a rischi e minacce incombenti. Per rendersi conto di ciò basta immergersi nel magma dell’informazione pubblica, che è sempre più simile a una specie di mantra collettivo sulla violenza, gli accidenti, le sfighe più varie e le loro indelebili conseguenze psicologiche.
Un mondo in cui tutti siamo traumatizzati è un mondo in cui siamo tutti affetti, almeno potenzialmente, da un disturbo psichico. […] Un mondo in cui è sottratta agli individui, per statuto ideologico la capacità che ogni essere vivente ha per natura di adattarsi alle asperità dell’ambiente e di superarle, trovando di volta in volta nuove strade per aggirare gli ostacoli.

L’accelerazione sociale, infatti, ha comportato un assottigliamento drastico di quella finestra esistenziale entro cui il tempo è percepito come una dimensione che dà ai valori e i parametri di riferimento una stabilità tale da consentirci di fare affidamento sulle nostre esperienze per anticipare il futuro. E se non è possibile anticipare ciò che ci accadrà allora ci sentiremo in balìa di eventi indipendenti da noi, governati da istanze che provengono da fuori, dagli altri, da ogni sorta di possibile imprevisto.

4. I figli come vittime ideali

La retorica della vittima indifesa ha il pugno serrato sulle parti nobili della nostra incerta morale[…].

Accettiamo che i nostri figli siano rappresentati proprio così: inermi e indifesi, magari già scossi, strattonati e pesti a causa di accidenti fortuiti (meglio se attribuibili a qualche deviato, a qualche matto, a qualche straniero, o a varie permutazioni dei tre). Un racconto pubblico indifferente alla realtà del miglioramento diffuso della qualità della vita dei figli.

Nessuno di noi applicherebbe tuttavia un metro di giudizio analogo ai milioni di persone che, scampate alla seconda guerra mondiale, ci hanno fatto da nonni o da genitori senza rivendicare in alcun modo lo status di generazione martirizzata e traumatizzata.

È possibile essere consapevoli dei rischi di questi allarmismi e allo stesso tempo rimanere genitori responsabili che non trascurano i segnali di sofferenza dei figli in seguito a un trauma subito?


5. Più di ferro che di coccio

E se si capita in certi ambienti clinici, il piccolo paziente rischia di beccarsi una diagnosi di disturbo post-traumatico anche se è il più coriaceo e corazzato caterpillar che madre natura abbia posto in terra. È quella che molti studiosi sui meccanismi in ambito sanitario, e in particolare nel campo della salute mentale, chiamano “sindrome del chiodo e del martello”.
Ogni clinico affronta il paziente con una serie di pregiudizi e convenzioni di massima sulla realtà delle cose, e con una serie di dispositivi nella manica per curare le persone. Spesso il clinico è del tutto inconsapevole che il proprio angolo di visuale è limitato, e crede dunque di “vedere” la realtà proprio così com’è, in termini oggettivi. Ci sono esperti di trattamenti cognitivi, gli esperti di tecniche di rilassamento, di psicologia del profondo, di terapie di gruppo, e anche gli esperti di fermaci. Ciascuno brandisce il proprio martello, e appunto perché ha in mano un martello, il rischio più grave che corre è di scambiare per un chiodo chiunque entri dalla porta del suo studio. Il pericolo, in altre parole, è che egli non abbia a disposizione abbastanza strumenti per comprendere quando l’azione perentoria della sua scienza dovrà abdicare, indirizzando il paziente a chi abbia competenze diverse dalle sue, e magari una visione più ampia.

Le persone, in un contesto di cura, sono indotte a comportarsi da bravi pazienti: acquisiscono rapidamente le competenze per dire ai clinici ciò che essi si aspettano di sentirsi dire, per usare le parole corrette, per essere come l’istituzione li vuole.

Pensare a un figlio come a un vaso di coccio tra vasi di ferro significa già predisporre le condizioni del suo fallimento.[…] La consapevolezza che ogni ferita psichica può potenzialmente essere guarita è la fonte di un riscatto e di uno “sviluppo” duraturo e solido.

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