FIGLI FRAGILI – 3. L’epidemia della felicità e il mito della salute mentale dei figli

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Autore: Stefano Benzoni

Copyright© 2017 Gius. Laterza & Figli

1. Di cosa parliamo, a volte, quando parliamo della felicità

In che senso è lecito attendersi che i figli siano felici?[…] A osservare gli spettacoli pubblici, si direbbe che l’asticella della felicità sia posizionata piuttosto in alto.

[…] quali sono le condizioni per cui una persona dominata dal sentimento della “felicità” ottiene di costruire una “vita buona”? In che modo, cioè, la qualità della loro vita dipende da quanto si sentono felici? E felici di cosa, per cosa, in rapporto a cosa?

2. Una vita piena di esperienze positive è una vita felice?

Una realtà esterna fatta di relazioni sociali è necessaria affinché i sentimenti possano prendere la forma di “felicità”, in una narrazione che necessariamente include “l’altro” come parte integrante del racconto.

La nebbia digitale in cui sono immersi bambini e adolescenti sta dissolvendo l’idea stessa di spazio come luogo dove esistere, come elemento che demarca, delimita, circoscrive. E allo stesso tempo dissolve anche l’idea di tempo, dimensione sempre più compressa dai nuovi moltiplicatori che la rendono reversibile: undo, redo, refresh, cancella la cronologia. La natura stessa dell’azione, intesa come cambiamento che incide sulla realtà e genera nuovi inizi, è così minata alla base. Proprio per questo agire è divenuto un’ingiunzione morale che incarna l’idea stessa di come ci si aspetta che siano le persone felici: sempre attive, piene di iniziative, interessi, amicizie, contatti, programmi. Chi si ferma è perduto.

Il momento di relax – meglio se esclusivo o esclusivissimo – è al tempo stesso la matrice fondamentale dell’accelerazione sociale e il suo approdo esausto.


3. Sul modo in cui quello che ci aspettiamo dai bambini rende la loro felicità obbligata e irraggiungibile

La felicità è l’imperativo esistenziale di ogni bambino proprio nella misura in cui il “posto ideale” nella società è quello del fanciullo intoccabile, l’angelo innocente, infinitamente buono e appagato.

Chi del resto potrebbe contestare l’affermazione che “i figli hanno bisogno d’amore” o che i figli (i bambini) “meritano una vita felice”?
In realtà ciò che chiamiamo “bisogni dei figli” non è qualcosa che i bambini possiedono “per natura” e che viene sottratto loro, bensì qualcosa che, nella maggior parte dei casi, è attribuito loro in modo del tutto arbitrario.

Si fa presto a comprendere come una vita meno che “felice” e appagata (qualunque cosa sia a questo punto, per ogni famiglia, la felicità) rischi di essere percepita come un’esistenza potenzialmente sinistra e insidiosa.


4. Il limite ambiguo tra salute e disturbo mentale e il modo in cui la psichiatria non aiuta davvero a distinguere le cose

È evidente che il passo tra una psichiatria che si propone di curare le persone ammalate e una psichiatria che sceglie invece di lenire le infinite e personalissime declinazioni degli intoppi esistenziali è molto breve è incerto. Così, nonostante lo sforzo delle scienze mediche di definire i margini entro i quali sia “giustificata” una diagnosi di depressione (un certo numero di sintomi per un certo numero di settimane, con conseguente senso di disagio in molti contesti diversi), il confine tra normalità e patologia continua a rivelarsi alquanto ambiguo.

Si dovrebbe forse ammettere che le patologie mentali non sono in aumento a causa di un’epidemia nel senso medico hardcore del termine, come potrebbe essere per il colera. È piuttosto assai più probabile che il loro aumento derivi dalla combinazione di due fattori tra loro interconnessi, e di cui abbiamo ampiamente discusso: la sensazione condivisa che le condizioni che consentono il raggiungimento di una “vita buona” siano fragili e minacciate, e il carattere sempre più incerto di quella condizione che chiamiamo “disturbo mentale”.

5. Riprendersi una “vita buona”

Una psichiatria consapevole dei limiti in cui opera è una disciplina di aiuto che sa interrogarsi in modo limpido ed esplicito sulle molte ambiguità dei propri strumenti, nonché sulle capacità di comprendere le famiglie e aiutarle a vivere una “vita buona” secondo i loro valori.

Rivolgersi a un esperto di salute mentale significa forse incontrare qualcuno che sia in grado di aiutare a riformulare la domanda: mio figlio è abbastanza felice?, in domande del tipo: come vuole essere mio figlio? Quali sono le sue qualità? Su quali punti di forza può costruire la sua identità attuale e futura?.

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