FIGLI FRAGILI – 4. Gettare il bambino con l’acqua sporca

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Autore: Stefano Benzoni

Copyright© 2017 Gius. Laterza & Figli

1. Non mi fido di te neanche quando dico che mi fido

Gli ultimi genitori che ho incontrato avevano letto in internet tutto quello che si poteva leggere, su quanto sono pericolose le medicine e su quanto ci fregano le case farmaceutiche. Dicevano che è risaputo che la ricerca clinica è finanziata al 90% dall’industria. Che ci sono interessi commerciali enormi dietro la vendita di psicofarmaci. Che gli antidepressivi sono poco efficaci, aumentano il rischio di suicidio, e non si conoscono con certezza i loro effetti a lungo termine. Che creano dipendenza.[…]
Si aspettavano forse che io dicessi che no, che in realtà è tutto falso. Che esistono studi scientifici chiarissimi e incontrovertibili. Che lo stato delle nostre conoscenze è cristallino e il campo sanitario in cui operiamo è tutto rose e fiori.[…]
Rimasero sorpresi invece scoprendo che, per molti tra coloro che fanno il mio lavoro, le medicine sono considerate l’ultima spiaggia. E che, se proprio occorre prenderle, bisognarebbe iniziare con una alla volta. Con la minor dose possibile. Per il minor tempo possibile. E che prima che abbia senso e sia responsabile prescrivere farmaci, è necessario rispettare criteri molto rigorosi che vanno al di là delle semplici indicazioni scritte nei manuali.

2. Il timore che faccia troppo effetto

I genitori – e non di rado anche i bambini – temono che il fatto stesso di accettare una terapia nel caso di un problema psicologico comporti l’avvilimento della propria persona, una specie di onta, l’ammissione di una sconfitta o di una mancanza di volontà. Si tratta di un sentimento complesso che – per certe culture – cela a volte il timore che una terapia per la mente possa risultare disturbante, moralmente impropria o addirittura inaccettabile.

La preoccupazione che gli psicofarmaci modifichino la nostra identità, “alleggeriscano eccessivamente lo spirito” e ci rendano dipendenti sembrano radicate nel timore che, accettando una terapia psicofarmacologica, finiremmo per alterare per sempre le nostre coordinate morali e identitarie. Così, paradossalmente, è proprio l’idea che i farmaci siano in grado di produrre un “cambiamento” – una specie di aberrazione mostruosa e sempre peggiorativa dell’individuo e delle sue qualità – a frenare le persone e a renderle diffidenti.

3. Tutti contro la psichiatria, ma tutti in favore di che cosa?

La tradizione antipsichiatrica ha infatti origini nobilissime e argomenti molto validi […]
In primo luogo, l’idea che le malattie psicologico psichiatriche – ad eccezione forse di poche entità gravi e fortemente legate ai geni, come l’autismo – non siano oggetti naturali del mondo come lo sono il balcone, un quaderno o un albero di cocco. Non esistono “nella realtà” pronte per essere “scoperte” e descritte con strumenti neutri e oggettivi di una disciplina scientifica, ma sono parte di un discorso culturale che ha a che fare con i  comportamenti attesi, cioè con il modo in cui ci aspettiamo che sia o debba essere una persona che si comporti normalmente, in rapporto alla legge e alle norme condivise a livello sociale.
In secondo luogo, l’idea che la medicalizzazione della devianza, della follia e ogni genere di disadattamento sociale di adulti e bambini sia l’espressione di meccanismi di potere, legati al controllo, alla coercizione e all’esclusione più che alla promozione della salute mentale, all’inclusione e alla realizzazione personale di una “vita buona”, in base a sistemi di valori che ciascuno sceglie di prendere a riferimento.

4. Falle e approssimazioni di chi rischia di gettare il bambino con l’acqua sporca

In primo luogo è evidente che ciò che s’incontra nel mondo indifferenziato della rete è spesso un collage di informazioni lacunose e scelte a caso tra le più sensazionali e d’effetto.

Sarebbe interessante capire cosa direbbero i moderni esperti di antipsichiatria a quei circa trecento genitori che hanno perso un figlio senza tentare la strada delle cure.

La storia della Scienza con la S maiuscola – quella che i critici dell’antipsichiatria invocano fideisticamente in contrapposizione alle malefatte della psichiatria – è piena zeppa di spiegazioni errate che però funzionano. Persino la fisica è basata su teorie sbagliate, o in parte incomplete, che però per la maggior parte dei casi funzionano. Del resto è prima di tutto vero e inconfutabile che spesso non abbiamo bisogno di sapere come funziona esattamente una cosa, anche molto complessa, per agire in modo efficace su di essa. Il radical-antipsichiatrico sa che fare benzina è necessario per andare in giro in auto anche se non ha la benché minima idea di come funzioni il suo motore ecologico a basse emissioni.

La moderna antipsichiatria si rifà inoltre all’idea che siccome gli psicofarmaci non “curano” le malattie psichiche perché non ne trattano la causa, allora sono soltanto strumenti per “rincoglionire” e annullare il paziente, e dunque sono sempre dannosi. Ma, a ben vedere, nemmeno le pillole per il mal di testa “curano” le origini primarie della cefalea: il loro compito è quello di alleviare il dolore – questo è ciò che conta. L’insulina, allo stesso modo, non guarisce dal diabete, ma senza insulina la maggior parte dei pazienti morirebbe in poco tempo. E si potrebbero portare ancora moltissimi esempi.
Il radical-antipsichiatrico sappia allora che quando correrà al pronto soccorso con un dito del piede rotto – o anche solo la dannata unghia del piede rotta – e implorerà l’infermiere per un antidolorifico, allora sappia – dicevamo – che la risposta logica del vituperato “potere medico” dovrebbe essere che no, l’analgesico non toglie la causa del suo male, e che è una pessima abitudine, questa di domandare analgesici, certamente frutto dell’operato delle multinazionali.

Ed è pur vero che ancora oggi i farmaci antipsicotici – la vecchia guardia della psicofarmacologia hardcore, quelli usati per psicosi gravi (il tipo di malattie per cui chi ne è affetto parla a voce bassa perché – dice – lo stanno spiando da un’altra città, oppure smette di lavarsi perché è convinto di essere morto) sono farmaci che effettivamente comportano un significativo grado di rallentamento, perdita d’interesse e appiattimento dell’umore. E provocano anche seri effetti collaterali a breve, medio e lungo termine. Tuttavia, appunto, si tratta di scegliere se preferiamo il delirio, le allucinazioni, la paranoia e l’agitazione motoria ai pure indesiderabili effetti collaterali causati da venti gocce di haloperidolo o di olanzapina; se preferiamo che nostra figlia di undici anni trascorra ogni giorno – letteralmente – quattro ore a lavarsi le mani e due sotto la doccia per decontaminarsi da imprecisati agenti infettivi contratti attraverso lo sguardo degli altri, oppure se non valga la pena a rischiare qualche effetto collaterale per restituirle il senso di una vita normale.

5. Alcuni aspetti particolari della critica psichiatrica dell’infanzia

Sarebbe forse una semplificazione pensare che l’appiattimento su posizioni comuni – o comunque molto simili – di tutte queste diverse voci critiche sia né più né meno il riflesso di ciò che tipicamente accade quando un argomento “delicato” o “serio” passa attraverso il tritacarne delle più strampalate rifrazioni web.
Questa coincidenza degli opposti, questa singolare sovraesposizione delle voci di deputati di destra, sinistra e movimentismi vari (in Italia, ma anche altrove), di intellò reazionari e freak controculturali, di neoadepti alla new age e integralisti spinti d’ogni fede sembra infatti rimandare a qualcosa di più profondo. Attorno al ruolo della psichiatria, e in particolare della psichiatria infantile, si mettono infatti in gioco spinte molto arcaiche che “svelano” a vario livello la coperta corta dei nostri compromessi ideologici.

6. Filtrare l’acqua sporca e riprendersi cura dei figli

Forse dovremmo accettare l’idea che non esiste nessuna altra scienza psichiatrica alternativa “più vera” di quella che abbiamo ora a disposizione, fondata su evidenze “più oggettive”, che le multinazionali del farmaco ci tengono nascoste. Si tratta piuttosto di capire a fondo come ripartire dai nostri saperi – per quanto zoppi siano – per renderli più aperti, più liberi al confronto “dal basso”, più permeabili alle istanze che provengono dalle persone. Più sensibili all’ascolto delle famiglie e ai loro bisogni di cura.

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