FIGLI FRAGILI – 5. Se ci dite come, ce li riprendiamo

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Autore: Stefano Benzoni

Copyright© 2017 Gius. Laterza & Figli

1. Altra storia minima di un tipo cattivo

Il problema principale di Diego è che quando si arrabbia tira il banco contro le maestre. Alle elementari, per tirare banchi devi essere un bel po’ incazzato e anche piuttosto grosso. E Diego è tutte due le cose. In più disturba. Arranca in italiano, ma se la cava molto bene in disegno. Insomma, è un bambino difficile ma gestibile, se non fosse per quel suo problemino quando perde la pazienza. Quando incontra la psichiatra in una sede di neuropsichiatria infantile della zona, Diego racconta per filo e per segno per quale motivo lo fanno incazzare. Lo prendono in giro, gli dicono zingaro di merda, e quando poi torna al “campo” (vive in città in un campo nomadi rom italiani), anche lì lo sbeffeggiano perché suo padre non c’è più e sua madre – dice – non va d’accordo con nessuno. “Prendere in giro” al campo nomadi vuol dire cose del tipo che ti pisciano nello zaino, ti tirano ceffoni che altrove sarebbero da denuncia, ti bruciano, di tanto in tanto, la porta della roulotte. Così, per scherzo.
Anche se è chiaro che il problema non è lui, ma il mondo variopinto che lo circonda, è comunque il caso che venga seguito da un neuropsichiatra. Nessuno sa più a che santo votarsi, e non si può certo dire al bambino il problema non è tuo ma di quelli che ti stanno intorno. Non lo si può dire a lui ma soprattutto non lo si può dire alle maestre, né agli assistenti sociali, che insistono a sfinimento perché qualcuno se lo prenda in cura, sollevandole dalla responsabilità di non averle tentate tutte.
Diego si becca una di quelle diagnosi che comprendono tutto e niente, un “disturbo misto della condotta e della sfera emozionale” che sembra inventato ad hoc per dire che qualcuno ha qualcosa ma non sappiamo bene cosa. Rimane in cura per qualche anno, ogni tanto assume farmaci, di quelli che lo rallentano al punto giusto da fermarlo con il banco in mano (ma vai a sapere se poi è vero che le sta prendendo, le medicine… o magari il banco non lo tira più perché hanno capito che non è il caso di fargli perdere la pazienza), e si presenta alle sedute psicologiche di sostegno dove si dedica a bellissimi disegni. Per lo più ritratti e piccoli paesaggi urbani.
A sedici anni, finalmente, subito dopo aver concluso la terza media, quando non vede la psicologa da ormai due anni, gli dà il benvenuto l’istituto penale minorile Cesare Beccaria – che è poi il carcere per ragazzi della sua età. Dicono che ha tentato di ammazzare qualcuno a pugni.

Ma la diagnosi è anche il dispositivo attraverso cui la società scarica il barile di queste storie umane, con la richiesta esplicita che una rete di problemi psicosociali articolati (che affondano le radici nella povertà, nella crisi della funzione familiare, nell’accelerazione sociale, nell’immigrazione, nella mancanza di supporti di contesto, nell’isolamento, nell’ignoranza, nella solitudine) sia trasformata dallo psichiatra di turno in un problema individuale, nella malattia di un bambino o un adolescente che, proprio in quanto “disturbato”, potrà almeno ricevere dalla società in cui vive qualcosa – i rimasugli, quel che resta in cassa – prima che gli si aprano le porte di un’altra e forse funesta strada.
La psichiatria infantile fa dunque parecchio comodo alla società, e se si prendesse la storia di Diego e le migliaia di storie che ogni giorno passano dall’ambulatorio dei neuro psichiatri infantili, forse altre carceri dovrebbero aprirsi e non quelle minorili.

2. Breve ma doverosa parentesi sulla storia della neuropsichiatria infantile e i suoi rapporti con le famiglie

La storia della psichiatria infatti è anche la storia di come la funzione delle famiglie ha interagito con il potere psichiatrico, proprio in ragione del fatto che esso si è inizialmente costituito come la “sponda” sociale per l’internamento e la “cura” dei bambini abbandonati, indigenti, delinquenti o a tal punto “anormali” da non trovare più possibile “accoglienza” entro la rete naturale dei rapporti familiari.

3. “La famiglia è importante per noi psichiatri, ma fino a un certo punto…”

Il paradosso è che nonostante l’evidente centralità della famiglia nei meccanismi che producono la “l’anormalità” […], la psichiatria (anche infantile) ha spesso svolto il suo ruolo in modo solo molto settoriale, marginale o indiretto.

Molti studi sperimentali […] hanno invece dimostrato come le famiglie dei pazienti psichiatrici siano attive protagoniste dell’intero processo attraverso cui un certo insieme di problemi relazionali, sociali, personali, si rivela come qualcosa per cui è utile rivolgersi a uno psichiatra. È emerso che i genitori tendono a vedere gli esperti come poco attenti ai loro bisogni di ascolto e poco interessati a comunicare compiutamente il senso del loro operato clinico: i criteri adottati, i principi che ne sono alla base, e i limiti. Quando poi i genitori acquisiscono informazioni di tipo medico, di solito le attingono da molte fonti diverse, così che la “malattia” di cui si parla in famiglia non è quasi mai identica alla “cosa” che è condivisa e rappresentata nello studio del medico o dello psicologo.

Questo atteggiamento [,la presunzione di capire più di chiunque le emozioni, gli stati d’animo, le relazioni e gli affetti] rende il profilo professionale dell’esperto meno credibile agli occhi delle persone comuni. La sofferenza – anche dei bambini e degli adolescenti – si nasconde a volte tra le pieghe di ciò che dicono, è bisbigliata o muta, parla una lingua privatissima che non può essere tutta contenuta e spiegata dal sapere psichiatrico. Una specie di rumore di fondo che ha bisogno di molto silenzio e attenzione per essere captato, e che è importante che i clinici siano disponibili ad ascoltare, senza bisogno di sfoderare in continuazione il proprio arsenale di conoscenza, sforzandosi continuamente di “capire”. L’esatto opposto della foga performativa di molta pratica clinica ambulatoriale, freneticamente infarcita di questionari, raccolte di informazione, domande e capriole burocratiche, appesa come è al cappio obbligato delle diagnosi, come visto tanto vituperate, ma poi tanto comode alla società stessa, alle aziende sanitarie, al sistema dell’accreditamento, ai servizi sociali e al sistema educativo.

4. Uno dei tappeti sotto cui nascondere le briciole scomode della società

Il fatto che, nonostante la diffusa sensibilizzazione al disagio adolescenziale e infantile, i problemi psicologici dei figli possano giungere a un punto di crisi tale da spingere sempre più spesso i genitori a chiedere che il figlio sia spedito in una comunità, non può che destare intensa preoccupazione.

Così, alla fine, a essere introdotti nelle comunità sono quei figli che presentano condizioni troppo gravi per essere trattati con le poche, a volte pochissime, risorse della psichiatria pubblica ambulatoriale.

E poi chi controlla come stanno veramente i ragazzini in comunità? Gli stessi medici che li hanno inviati, spesso con un personale senso di sollievo per aver “scaricato” un caso difficile, a volte impossibile? Gli stessi medici che, nell’inviare un paziente in comunità, nutrono non di rado la malcelata e paradossale speranza che il fatto che dalla comunità il paziente non sarà dimesso in tempi rapidi sia anche l’attestazione che l’invio in comunità era clinicamente “indicato”?
Oppure dovrebbero svolgere i controlli gli stessi operatori che ci lavorano, che ovviamente non hanno nessun interesse a farlo?  È possibile che un’istituzione che funziona a tutti gli effetti come un sistema di “internamento” non abbia metodi di monitoraggio ufficiali, che non siano le sporadiche puntate dei NAS o qualche sparso controllo delle unità sanitarie locali? Quante sono, per esempio, ad oggi, le comunità terapeutiche per minorenni dove si pratica ancora la contenzione fisica? Quali altri tipi di “contenzioni” (ad esempio farmacologiche) vengono in effetti praticate? E senza spingersi sin lì: quante sono le comunità in cui è impedito ai ragazzini di comunicare con i propri familiari per periodi prolungati? In che senso questi ricoveri che spesso questi “ricoveri”, che spesso avvengono su bambini o adolescenti che in comunità non ci dovrebbero stare, non sono a tutti gli effetti degli internamenti coattivi? In che senso sono tutelati i diritti fondamentali di questi figli, il diritto d’essere ascoltati, il diritto di dire la propria nei procedimenti che li riguardano e soprattutto il diritto alla salute?

5. Bimbi grulli chi li ha fatti se li trastulli

Noi sappiamo cosa vi serve per essere buoni genitori. Questo è il messaggio che le famiglie rischiano di trovare scritto sul portone di un reparto di psichiatria infantile. Nell’istituzione psichiatrica c’è il rischio d’incontrare un sistema di saperi che si aspetta dalle famiglie cambiamenti che in effetti i genitori non chiedono, necessari a renderli adatti a seguire programmi di cui a volte non hanno bisogno. Programmi e trattamenti che siccome funzionano per molti, devono per forza funzionare anche per il loro figlio.

6. Partecipare attivamente alle cure

È indispensabile anche che le famiglie si sentano coinvolte attivamente in ogni discussione e ogni scelta che riguarda la loro storia personale. Solo se tutti gli “attori” in campo partecipano è possibile interrompere i circuiti disfunzionali che hanno generato gli strappi e le lacerazioni, oppure che semplicemente complicano la sofferenza già esistente.[…]Investire fortemente sulla responsabilità è forse un buon modo per affrontare insieme i variegati malanni che si coltivano in una società spesso ammalata del tutto sempre possibile, un imperativo che, come abbiamo visto, sta svuotando sempre di più il senso stesso della parola “agire”.

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