FIGLI FRAGILI – 6. Fuori dal vicolo cieco

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Autore: Stefano Benzoni

Copyright© 2017 Gius. Laterza & Figli

1. Oltre il mito di “quello bravo”

Qui [nella fiction di film e romanzi] di solito le qualità esaltate nell’esperto di salute mentale sono l’umanità (contrapposta alla disumanità dell’istituzione), l’empatia, il coraggio; quasi mai l’acume scientifico e la professionalità, nel senso di capacità tecnica.
Le cose sembrano andare così anche nella vita reale e, nonostante l’enfasi che la società ripone nella scienza e nel potere dei dispositivi tecnici e delle cure basate su procedure standard, le professioni d’aiuto restano anse molli nel ventre sociale dove il confine tra cura e sopruso, tra beneficialità e libertà, tra competenza e ciarlataneria, tra scrupolo e improvvisazione, è comunque appeso al cappio delle “qualità umane” individuali di ciascun operatore. Molto più, forse, che per ogni altra professione sanitaria. Ogni relazione di cura si basa su rapporti umani, personali e individualizzati. Devi poterti fidare di chi ti segue e questo, dicono le statistiche, influisce sulla prognosi, sugli esiti della cura, molto più delle tecniche e dei metodi di cura.[…]
Se, in fondo, ciò che conta è fidarsi di chi ci cura, questo non implica forse dare il via libera a un ritorno in massa a guru e stregoni variamente assortiti?
Si tratta di un rischio molto serio, soprattutto perché questa tendenza riguarda sempre più anche quel dominio ormai vastissimo che sono le pratiche di cura per la mente, ove si assiste a un vero e proprio carnevale di offerte e proposte di aiuto, complice forse anche l’atteggiamento di una “psicologia” sempre più prona a confondere la flessibilità dei propri modelli teorici con il marketing.[…]
Un fenomeno che, soprattutto nel campo dei disturbi psicologici infantili e adolescenziali rischia di fare danni enormi.

2. Così va il mercato

La realtà è che questo complesso e dispendioso fenomeno interroga il modo stesso in cui la società promuove la salute mentale dei figli, si cura di proteggere le famiglie circa i “percorsi” di cura più accreditati e “sicuri” e tutela di fatto quelle realtà professionali (prima di tutto pubbliche) in grado di offrire risposte sanitarie adeguate, secondo criteri di qualità condivisi e trasparenti. Non sfugge che se il tempo di attesa medio per una consultazione presso una struttura sanitaria pubblica è di qualche settimana o mese, a volte di molti mesi, spesso non resterà altra scelta alle famiglie che vagare alla ricerca di un’offerta più pronta.
La carenza di risorse in questo campo è una cosa molto grave. Una società che non investe sui figli che stanno peggio e sulle famiglie più a rischio, moltiplica le conseguenze e il costo sociale della sofferenza, del malessere e del disagio e lascia che il tessuto si frammenti in molti tipi diversi di future “invalidità”, “inabilità” e cronicizzazioni.

3. Il binario morto della psichiatria come la conosciamo oggi (sintesi breve di cose già dette, ma utili per capire come rimettere le famiglie al centro della cura)

Siamo proprio sicuri che la sola possibile conseguenza di un approccio critico sia un ritorno all’esercizio autarchico delle pratiche alternative, l’adesione fideistica e ancor più aberrata che “naturale” sia necessariamente “buono”? Che “bio” sia necessariamente “sano”? Che la soluzione sia, appunto, gettare il bambino con l’acqua sporca? Esiste alternativa al modello individualistico della salute mentale, per cui – in un simile clima di sfiducia – la sola cosa che si salva sono le presunte e insindacabili qualità taumaturgiche del “terapeuta”? Non sarebbe forse più sano pretendere che il sistema delle cure operi – prima di tutto – per garantire alle famiglie la possibilità di affidarsi a persone e istituzioni in grado di prendersi cura del desiderio di cambiare qualcosa di rilevante nella loro vita, in modo collaborativo e trasparente, senza che ciò automaticamente inneschi il tritacarne delle cure standardizzate, dei programmi un tanto al pezzo, della psichiatrizzazione medicalizzante che comporta senso di esclusione, giudizio e vergogna?

4. Alcune cose che la psichiatria infantile potrebbe cambiare in favore delle famiglie (e che le famiglie farebbero bene a pretendere)

Le persone, i pazienti, anche bambini e adolescenti, sono depositari di una conoscenza che fonda il sapere psichiatrico, cioè permette al linguaggio medico di avere un senso, una qualche presa sulla realtà. Per lo stesso motivo è assai probabile che, se qualche novità o qualche scoperta utile alle famiglie verrà compiuta nel campo della psichiatria nei prossimi anni, essa difficilmente passerà (solo) per lo studio dei geni e dei neuroni, e molto più probabilmente dipenderà dal modo in cui sapremo riaprire dal basso il vocabolario dei sintomi per ascoltare davvero in modo “nuovo” e aperto, di cosa parliamo quando parliamo di sofferenza mentale.[…]

Infine […] le discipline mediche in questo campo dovrebbero interrogarsi apertamente e “in pubblico”, circa il modo in cui le trasformazioni sociali e ideologiche cui assistiamo (per esempio il fenomeno dell’accelerazione sociale di cui si è ampiamente parlato) influiscono sulle condizioni stesse attraverso cui prendono senso parole quali sofferenza, funzionamento, adattamento, alienazione, normalità, patologia, benessere, felicità, eccetera. Queste “parole“, infatti, fanno parte del bagaglio tecnico dello psichiatra come fonendoscopi e cardiogrammi lo sono per la medicina.

5. Alcune cose “in pratica”, che genitori e figli dovrebbero aspettarsi dall’incontro con esperti della salute mentale

Le persone che si rivolgono a un esperto di salute mentale infantile dovrebbero prima di tutto aspettarsi di trovare una persona disponibile a un ascolto libero, aperto e consapevole. È cruciale che genitori e figli non si sentano giudicati e che lo psichiatra […] faccia il possibile per togliere dalla propria porta l’iscrizione qui dentro sappiamo tutto su come deve essere un bravo genitore, e sappiamo tutto su cosa è normale e cosa non lo è.

Il punto di partenza di ogni buon terapeuta dovrebbe essere quello di una profonda neutralità, dell’ammissione aperta e umile di non conoscenza e ignoranza, l’unico strumento che può permettergli di affrontare, senza pregiudizi e con la dovuta “cura”, ogni diversa esperienza umana.

La funzione sociale forse più delicata di un esperto di salute mentale è quella di fare in modo che sia la scienza medica ad adattarsi a ogni realtà individuale, non che le persone si adattino alla medicina.

Così, anche se la diagnosi è solo un punto di partenza, uno schema di lettura possibile, un genitore dovrebbe sempre pretendere che gli specialisti che seguono il figlio siano in grado di formularne una. Ed è giusto che pretenda […] che questa cosa sia messa nero su bianco, in una relazione scritta che dica qualcosa di chiaro.

Una diagnosi è sempre una lettura “possibile”, con un certo grado di probabilità. Chi spaccia diagnosi come verità assolute sta probabilmente bluffando, a volte per coprire la propria ignoranza.

Un altro punto fondamentale è che le persone spesso temono che il contatto con uno psichiatra porterà necessariamente a un discorso clinico “obbligato”, e che perderanno così la libertà di determinarsi scelte che riguardano fatti privatissimi della vita di ciascuno.[…]
Per questi motivi è fondamentale che genitori e figli possano confrontarsi apertamente con il professionista, affinché sia possibile approdare a una lettura condivisa di cosa va e cosa non va in un figlio o in una famiglia, e di quali sono le prospettive.

Uno psichiatra infantile dovrebbe dunque poter rassicurare i genitori circa il fatto che il primo obiettivo di ogni trattamento deve essere quello di non nuocere ai punti di forza del figlio e della famiglia. Il secondo quello di valorizzarli.
Ciò potrebbe permettere di ottenere che ogni percorso di cura sia prima di tutto l’occasione per promuovere nel figlio, nella famiglia, ma anche nell’ambiente che lo circonda, l’idea che i momenti negativi della vita sono occasioni per mettere mano alle nostre risorse e ai nostri punti di forza per farne il dispositivo che guiderà il miglioramento. È forse una possibile via d’uscita alla diffusa immagine dei figli traumatizzati, sulla graticola di nuovi possibili accidenti e malattie, fomentata da una società sempre più appesantita dalla paura e dall’insicurezza.

Una psichiatria che non applica il sistema del chiodo e del martello (abbiamo un martello, un set di programmi o tecniche preconfezionati, e tutti i nostri clienti diventano “chiodi” buoni per quelle tecniche) è una disciplina che sa sedersi al tavolo con le famiglie e definire insieme a loro la strada migliore per raggiungere obiettivi condivisi.

Le famiglie dovrebbero trovare nell’esperto di salute mentale una persona in grado di dare ascolto alle ragioni di ciascuno con la finalità di rimettere al centro del discorso – prima di tutto – le richieste di aiuto che provengono dal figlio. È per lui che si attiva la famiglia, ma non sempre per i genitori è facile ascoltare i figli.

Infine, le persone che partecipano a un processo di cura non lo seguono per routine o perché non hanno di meglio da fare. Lo seguono perché stanno cercando di cambiare in qualche modo la loro vita e si aspettano che ciò accada. Una disciplina che opera nel campo delle trasformazioni personali dovrebbe saper dire “come stanno andando le cose”, saper “misurare” gli esiti di ciò che fa.

Questo è fondamentale nel contatto personale tra le famiglie e gli esperti di salute mentale e, se dovesse essere svolto in modo sistematico e diffuso in ambito pubblico, potrebbe costituire una svolta radicale nel funzionamento di tutti i servizi di cura dedicati a bambini e adolescenti.

Solo un sistema di cura che investe sulla responsabilizzazione delle persone può promuovere il consolidamento di una cultura autonoma della salute mentale, mutuatamente responsiva, partecipativa e generativa, che sappia costruire reti “naturali” di supporto per le persone e per la società.

Nota
Tra i molti riferimenti bibliografici segnalo:

  • Accelerazione e alienazione, H. Rosa, Einaudi, 2015
  • Vivere alla fine dei tempi, S. Zizek, Ponte alle Grazie, 2011
  • Il nuovo conformismo. Troppa psicologia nella vita quotidiana, F. Furedi, Feltrinelli, 2008
  • Nello sciame. Visioni del digitale, B.C. Han, Nottetempo, 2015

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